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Les Bienveillantes

ou penser Auschwitz par les voix obliques de la Littérature.

D 11 février 2008     A par Raphaël FRANGIONE - C 1 messages Version imprimable de cet article Version imprimable    ................... PARTAGER . facebook


mise à jour : 11/02/08

Nouvelles d’Italie.

Ce texte, s’appuyant sur le sens et sur la fonction éducative de ce que le 27 janvier 1945 a représenté pour toute l’humanité, veut être une sorte de commentaire de l’oeuvre de Jonathan Littell, Les Bienveillantes et une utile occasion pour ne pas oublier les atrocités de l’expérience de la Shoah.
Raphaël FRANGIONE

Les réactions au moment de sa parution en France en 2006
Présentation et critique du livre par François Busnel, directeur du magazine Lire. Le roman de Jonathan Littell a obtenu le prix Goncourt 2006 :


Durée : 07:36 Date : 21 juillet 2007
Crédit : dictys

A propos des Bienveillantes
Au moment où le livre paraît en Allemagne, nous recevons cet article de Raphaël Frangione pour les lecteurs italianisants.

Retour sur la parution de cette oeuvre en France :

Sollers sur Les Bienveillantes
dans son Journal du mois d’octobre

et novembre 2006

François Meyronnis : De l’extermination considérée comme un des beaux arts

Julia Kristeva :
A propos des Bienveillantes (De l’abjection à la banalité du mal).

Conférence organisée par le Centre Roland Barthes, le 24 avril 2007, à l’Ecole Normale Supérieure. En présence de Jonathan Littell et de Rony Brauman.

Le texte de cette conférence a été publié dans l’Infini n° 99 (été 2007) et est disponible sur le site de Julia Kristeva, ici (ou archive pdf)..

Cette conférence a été suivie d’une Table ronde dont voici l’enregistrement audio :

Table ronde avec la participation de Jonathan Littell et Julia Kristeva

Jonathan Littell sur Wikipedia

V.K.

« Je ne lutte pas contre le mal mais contre l’indifférence au mal ».
Elie Wiesel.

Les Bienveillantes* ou penser Auschwitz par les voix obliques de la Littérature.

Les Bienveillantes 1è il titolo della prima opera letteraria di Jonathan Littell, giovane scrittore francese di origine americana e vincitore del prestigioso premio Goncourt 2006 2.

Nel romanzo, costruito secondo meccanismi narrativi tradizionali, l’autore lascia che il suo alter ego, il non tanto giovane Maximilien Aue, prenda la parola e la penna per fare un bilancio della sua vita, interrogando la sua esistenza segnata dall’atroce conflitto della Seconda Guerra Mondiale. Alla fine viene fuori un lungo romanzo d’introspezione in cui Aue non esita ad affrontare questioni complesse quanto controverse quali il genocidio degli ebrei, le diversità razziali ed etniche 3, l’omosessualità (mai ostentata), la morte, l’incesto, l’amore e le sue perversioni4e l’amicizia (tradita). Nel suo continuo flash-back, Aue non vuole essere solo e rivolgendosi ai frères humains (l’incipit del romanzo di villoniana memoria 5) cerca di sensibilizzarli alle sue decisioni come alle sue incertezze e ai suoi dubbi .
Fin dalle prime pagine è chiaro che la preoccupazione maggiore del narratore Aue è quella di fare chiarezza su di ?une quantità considérable (p.12) di fatti, ricordi, sensazioni, ben consapevole della difficoltà che si incontra nella ricostruzione di avvenimenti sui quali, ancora oggi, si dividono molti studiosi e storici del periodo. La recherche de la vérité resta comunque la molla che lo spinge a scrivere le sue memorie, ?le reste est facultatif ?(p.13). Ciò si rivela alla fine essere assai faticoso al punto dal fargli dire che penser, ce n’est pas une bonne chose ?(p.13) e che in rapporto ad attività cosiddette banales ?, a volte ripetitive, quelle intellettuali ed emotive gli appaiono più complesse, più serie.

Dalle parole di Max Aue noi apprendiamo tutto di questo uomo, i suoi cangianti atteggiamenti, le sue paure, la sua filosofia di vita (diciamo piuttosto di morte) e i suoi comportamenti, le sue reazioni, le sue passioni e le sue stravaganze, i suoi gusti letterari e quelli sessuali (sui quali è del tutto legittimo prendere le distanze ), ma questo personaggio per quanto contraddittorio e ambiguo, merita la nostra attenzione sicchè non ci sembra pericoloso accompagnarlo nel cammino difficile del tempo e dello spazio, laddove le identità si sfocano fino a perdersi nei meandri più o meno limpidi dei ricordi.

Due avvenimenti drammatici quanto cruciali per la sua vita affollano la mente del dottor Aue : la guerra contro l’URSS e il programma di sterminio degli ebrei. Pur ritenendo il suo mondo il peggiore dei mondi possibili, Aue tiene a sottolineare che tutti i suoi gesti o decisioni, per quanto contestabili, sono stati presi « en pleine connaissance de cause »(p.24), nel pieno rispetto del suo dovere di soldato e del senso di appartenenza a ideali e valori coltivati e condivisi fin dall’infanzia. Aue non vuole, certo, discolparsi dei crimini commessi ma, per l’accusa di genocidio degli ebrei, egli pone l’accento sui diversi livelli di responsabilità addossando alla guerra la perdita dei sentimenti di sincerità e di coerenza. Il suo sogno non era di diventare un assassino. Voleva coltivare la letteratura e la musica e non certamente diventare un torturatore o un boia. D’altronde la sua indole incline ai piaceri (amori maschili si intrecciano con l’unica sua grande passione per una donna) e le sue propensioni alla lettura di testi di letteratura, di filosofia e di arte lasciavano immaginare un altro percorso di vita. E invece si ritrova « juriste, fonctionnaire de la sécurité, officier SS, puis directeur d’une usine de dentelle »(p.29).
Triste epilogo di un’esistenza intensa quanto ambigua, nel rispetto di se stesso e di tutti quelli che lui considera senza alcun disprezzo, « ordinaires », siano questi artisti, letterati, squilibrati o omosessuali, rivendicando, nel contempo, il diritto ad avere una sua vita interiore, di provare desideri e passioni al limite del lecito e forse oltre e come tutti gli esseri umani a godere di tutte le manifestazioni della vita.
La guerra, è vero, lo sconvolge e lo pone di fronte a nuovi e più seri problemi ma da sola non basta a giustificare le atrocità commesse e il suo « débordement ».

A noi sembra che Max Aue voglia piuttosto mettere le mani avanti presentandosi per quello che non è e che non è mai stato. Le sue confessioni risentono della necessità impellente e per lui vitale di non apparire « un démon »(p.30), « un sale type »(p.23) ma un uomo come tanti, con difetti ma anche con qualità.
Ci riesce, però, difficile cogliere nel suo racconto momenti di vera sincerità e tratti del suo carattere autenticamente spontanei.

Se il lato fittizio del romanzo è palpabile, esso evoca tuttavia avvenimenti storici realmente accaduti e di grande interesse storiografico, filosofico e psicologico : i motivi del consenso al regime nazista, la guerra contro i Russi, la caduta di Stalingrado, la manipolazione dell’informazione, le esperienze « mediche » condotte su detenuti ebrei, il lavaggio di cervello, »la soluzione finale » e altro. Così facendo Jonathan Littell rivisita il nostro passato recente fermando l’attenzione sulle contraddizioni e debolezze della condizione umana.

E poi il gusto di Littell per il dettaglio concreto, per l’uso della parola appropriata, della frase accuratamente espressa, per un modo di scrivere che mantiene intatto ed efficace il potere di evocazione, tutto ciò contribuisce a descrivere quel mondo in decomposizione facendo risaltare la barriera che separa, nell’animo di un uomo che crede di essere arrivato al capolinea della sua vita, l’innocenza dalla colpevolezza, la ragione dalla follia, la coerenza dal tradimento.

Questo libro sulla morte e sulle sofferenze umane ci sembra paradossalmente vivo. In un turbinio di memorie, di storie e di immagini a volte violente, ciò che arriva dal testo è un’esaltazione del piacere della vita. Le descrizioni di annientamenti e di massacri sono abbondantemente compensati dalle estasi che l’ufficiale Aue prova davanti a certi incantevoli spettacoli della natura 6.
Sono questi momenti che lo riconciliano con la vita e la bellezza. Davanti ad una cattedrale barocca, ad un monastero abbandonato oppure ascoltando musiche di Mozart al piano, il dottor Aue non può trattenere un entusiasmo e un’ammirazione senza limiti, quasi commoventi. Si direbbe che queste sue autentiche (le uniche e anche le più convincenti) passioni lo mettano al riparo dal senso di impotenza e di disgusto che lo pervade tutte le volte che è messo di fronte a scene di brutale sadismo. « Tuer était une chose terribile », scrive Aue e a maggior ragione quando non si capiscono le motivazioni o si farfugliano spiegazioni del tutte ipocrite e inutili. O quando ancora catapultato a Stalingrado nell’imminenza dell’accerchiamento della città ad opera delle forze russe, Aue constata con delusione che le condizioni igienico-sanitarie dei soldati tedeschi sono pessime e che per mancanza di acqua potabile e di cibo, si sono verificati fatti di cannibalismo tra i detenuti russi, restandone fortemente colpito e depresso.

E questa alternanza di sensazioni buone a quelle cattive assicura all’intreccio un interesse e una curiosità costanti e a questo giovane ufficiale delle SS conferisce una parvenza di umanità che affiora tutte le volte che si trova davanti alle sofferenze dei campi di sterminio. Si chiede, infatti, perché vengano fotografati con una morbosità indicibile gli interni delle camere a gas dei campi di sterminio, ma soprattutto non riesce a capire il folle dovere dei soldati nell’eseguire essi stessi la sentenza di morte per migliaia di deportati, uomini, bambini e donne svestite e scarnite.
Questi e altri momenti di lucidità e di buon senso sono del tutto cancellati quando c’è da difendere l’onore della patria oppure quando nelle conversazioni con gerarchi suoi amici c’è da condividere e ribadire il convincimento che gli ebrei sono i peggiori nemici della Germania e che perciò occorre un’operazione di pulizia etnica massiccia.

E allora, che valore hanno questi attimi di buon senso, quel gusto per la letteratura e per la lettura di testi francesi e per l’arte, che Aue coltiva sempre anche nei momenti particolarmente pericolosi per la sua vita a causa dei suoi continui spostamenti ?
Che utilità accordare loro se non incidono per niente sulla visione delle cose ?
E che significano per Aue quelle immagini di orrori alle quali è chiamato ad assistere e a partecipare in prima persona, visto che quelle scene cruente non gli suscitano che un ritorno alla sua infanzia e adolescenza ?

Queste sono alcune delle domande che pone il testo di Littell 7. Non c’è bisogno pertanto immaginare l’inferno di Auschwitz, poichè la triste realtà dei campi di sterminio è ampiamente descritta e confermata da un’innumerevole numero di films, di mostre e di fotografie che ne attestano l’angosciosa atrocità. Ciò che ci riesce difficile immaginare è invece il livello di indegnità mai raggiunto. È perciò che noi consideriamo il romanzo di Littell come un utile contributo alla conoscenza storica e umana di un avvenimento drammatico quanto assurdo che ha visto protagonista tutta una generazione di giovani entusiasti fino alla follia e di ferventi sostenitori della superiorità della razza tedesca fino al fanatismo.

Occorre dire, inoltre, che il messaggio di Littell non ci sembra privo di un’intenzionalità polemica nei confronti della rappresentazione filmica dell’esperienza della Schoah. A differenza del cinema che gioca essenzialmente sulla spettacolarità delle immagini nel presentare il fenomeno del genocidio 8come un fatto inevitabile e straordinario, Jonathan Littell con Les Bienveillantes ci ha indicato che esistono altri modi per rappresentarla, puntando maggiormente sul valore simbolico e etico, sul quale tessere un dibattito che vada ad incidere seriamente sulle coscienze, allontanando così l’eventualità che un simile orrore possa riproporsi in futuro. E il grande successo di vendita che il romanzo di Littell sta conoscendo (si parla che fino ad oggi sono stati venduti più di un milione di esemplari e che più di 20 paesi hanno comprato i diritti di pubblicazione) ne attesta l’interesse e la novità notevoli.

Il rischio è che affidando alle immagini la responsabilità di far riflettere la gente si possa cadere nella ritualità del già detto o già visto. Noi riteniamo che rappresentare la Schoah sia possibile e legittimo come sia altamente pedagogico parlare nelle aule scolastiche dei misfatti e delle atrocità consumate all’ombra di ideologie ingannatrici e sanguinarie.
Ma occorre che ciò avvenga con tutte le testimonianze possibili e soprattutto con la scrittura. Occorre penetrare con l’arma della parola e della lettura quella sorta di nebulosa che i nazisti hanno fatto scendere sulle loro azioni criminali. Con ciò si vuole affermare la necessità d’ una rivisitazione dell’Olocausto più trasparente e più coerente.

È su questo terreno che si situa, a nostro parere, Jonathan Littell quando ricorda che la realtà possiamo mascherarla, ma mai soffocarla, mai e poi mai cancellarne la memoria, giacchè essa ritorna sempre soprattutto quando è vissuta intensamente ed è radicata nella coscienza umana.
Per sottrarci alla « terribile » ambiguità dell’immagine 9, noi siamo convinti che la parola possa avvicinare il lettore quanto più possibile alla storia e alla verità. Se per Philippe Forest ogni rappresentazione « est à la fois voile et déchirure », la parola, per Wajcman, ci permette di percepire quanto c’è di mistificante in fondo ad un’idea e, riprendendo il titolo di un ottimo testo di E.Weisel, « à l’autre bout de la nuit »10.
Siamo sicuri che è attraverso la parola che si costituisce una memoria, che si rafforza il senso della storia, che si restituisce ai fatti la loro coerenza e autonomia. E Les Bienveillantes vuole essere tutto questo : la risposta a chi continua a sostenere non solo l’inesistenza delle camere a gas ma anche a mettere in dubbio l’esistenza di quel progetto criminale che passa con il nome de « la grande soluzione ».

È a questi scrittori, filosofi e storici « negazionisti », a quanti, sopravvissuti al loro passato nazista, che hanno raggiunto con l’inganno e la mistificazione, uno stato di benessere, « de calme et de régularité » (p.19), a « los cinicos, los oportunistas y los picaros que se enriquecìan a base de tràficos immondos »,(Mario Vargas Llosa, El Paìs 4 dicembre 2006), che Jonathan Littell pensa quando dà la parola al colonnello delle SS il Dottor Maximilien Aue che nel frattempo ha usurpato in modo nefando e proditorio l’identità di Jérôme Nadal presentato come uomo sposato, padre felice di due gemelli e realizzato nel lavoro, perché ripercorra i difficili anni della sua esistenza. Ha alle spalle una vita da aguzzino e arrampicatore sociale, confessa i suoi misfatti senza però mai pentirsene.

Prof. Raphaël FRANGIONE


* I numeri posti tra parentesi rimandano alle pagine della versione originale e in francese del romanzo di Jonathan Littell, Les Bienveillantes, edito da Gallimard, Parigi, 2006, pp.894.



Note :
1. Il titolo riprende la storia delle Euménides, dee greche infernali assetate di vendetta, assimilate alle furie dei romani .Il romanzo è ora disponibile in lingua italiana con il titolo « Le Benevole » (Edizioni Einaudi,2007)e in lingua spagnola con il titolo « Las Benevolas » (2007).

2. Dell’autore sappiamo poco e ciò che conosciamo lo dobbiamo alle sue interviste. Tra le tante preferiamo rifarci a quella concessa al quotidiano spagnolo El Paìs del 27.10.2007, riportata sul sito www.elpaìs.com . Jonathan Littell nasce nel 1967 negli Stati Uniti e da più di un anno risiede nella città di Barcellona. Lavora in Russia e in Cecenia per 5 anni in una ONG (Organizzazione Non Governativa). É in possesso di una solida cultura greca e ama la musica antica e barocca (Purcell e Monteverdi i suoi autori preferiti, Wagner il più odiato). Poliglotta (conosce il francese e lo spagnolo, il russo a livello di parlato) preferisce scrivere Les Bienveillantes in francese non solo perché è cresciuto in Francia ma anche perché ha grande considerazione per la tradizione letteraria francese . Bataille, Kafka, Bechett, Melville, Flaubert i suoi autori preferiti. Per l’ideazione e la stesura del suo fortunato romanzo Littell ha impiegato diversi anni nella ricerca di documenti e nella lettura di numerosi testi sulla Schoah .
Con la sua opera prima Les Bienveillantes, Littell ha ottenuto il premio Goncourt che non ha voluto ritirare. Nella suddetta intervista egli ci precisa il motivo : « no creo che los premios tengan ver con la literatura. Tienen màs que ver con la publicidad y el marketing, pero non con la literatura. No me gusta eso(...) Es que no me gusta la competencia y toda esa basura....).

3. Particolarmente vivace ed interessante è lo scambio di opinione sul tema della « classe et de la race »(pp.362-370) che Aue ha, durante la sua permanenza a Stalingrado con l’incarico di liberare la 6° divisione armata dall’accerchiamento russo, con il prigioniero Ilia Semionovich, membro del Partito comunista ucraino. Il colloquio verte sull’analisi dei sue sistemi politici che si fronteggiavano in guerra, quello russo e quello tedesco. Ilia sostiene che i due sistemi politici non gli sembravano tanto diversi sul piano delle idee e dal punto di vista economico. L’esponente ucraino arriva a dire che il nazional-socialismo era un’imitazione, una brutta copia del marxismo e che le due ideologie avevano in comune la stessa visione deterministica della vita. Aue sostiene evidentemente la tesi contraria, anzi per lui la stessa rivoluzione d’ottobre si era rivelata incapace di governare manifestando lo stesso uso del terrore, la stessa sfrenata corruzione adottate dalla Russia degli zar Pietro e Nicola.

4. Il tema dell’amore con le sue variazioni occupa nel romanzo un posto abbastanza rilevante anche se appare a prima lettura marginale e rientrante nella sfera sessuale. A nostro parere sarebbe un errore se venisse affrontato da un’unica visuale. Il rapporto di Aue con la donna merita, invece, di essere inquadrato in un’ottica più ampia anche perché del sentimento dell’amore noi cogliamo tre sfaccettature : 1. quella incestuosa che lega morbosamente Aue a sua sorella gemella Una ; 2 quella astiosa e conflittuale di Aue nei confronti della madre ; 3. quella « romantica » e contemplativa che Aue prova per Hélène Anders.
Aue considera esclusivo e inviolabile il suo legame morboso con la sorella gemella. Una esercita sul fratello un fascino che potremmo dire totalizzante. Aue la vede dove non c’è, la sua presenza è percepita in ogni angolo delle stanze, è respirata, ne sente persino l’odore quando prova a indossare un vestito di Una tra quelli che sono nel suo armadio .Tant’è che quando apprende che Una ha sposato il barone Bernolt von Uxkull e che ha avuto due gemelli da un’altra relazione, Aue è incredulo e parla di una promessa infranta. Una e Aue sono cresciuti insieme e molte cose li tengono legati. Sulla questione degli ebrei i due fratelli, però, manifestano opinioni opposte. Per lei uccidere gli ebrei significava uccidere « le juif en nous, tout ce qui en nous ressemblait à l’idée que nous nous faisons du juif »(p.802).
Il sentimento, invece, che Aue prova verso la madre è astioso e addirittura odioso. Non può accettare la decisione della madre, all’indomani della presunta morte del marito, di convivere con un certo Aristide Moreau, « un type borné, prisonnier de ses grossières conceptions bourgeoises et libérales »(p.343). E soprattutto il giovane Aue non accetta che siano Moreau e sua madre a gestire il suo futuro professionale stabilendo che entrasse nella carriera militare, mentre sua sorella aveva avuto la libertà di poter studiare psicologia in Svizzera.
L’ « amore » di Aue per Hélène Anders, giovane vedova incontrata a Berlino, sembra quello più romantico, più vero, quasi etereo. Con lei Aue ritrova la pace interiore pur in mezzo ai bombardamenti sempre più insistenti che già annunciano la catastrofe. Con lei Aue riprende il gusto di discutere di letteratura,di cinema e di attualità. Aue, anche se assai di rado, parla della sua infanzia ma si trattiene dal riferirle niente che riguardi fatti e situazioni troppo personali. Paura di lei, della donna, del suo corpo che apprezza o anche teme che la relazione diventi più coinvolgente ? Uno strano rapporto il loro : si sentono attratti ma non si sentono a loro agio.

5. Il riferimento alla celebre Ballade des pendus di François Villon è evidente.

6. Malgrado il suo stato di salute fisico e morale non fosse del tutto ristabilito, Aue vuole vedere il Volga, « cette fameuse Volga »(p.383). Così Aue ce lo descrive mentre si avvicina al fiume« les rues se devinaient entre un chamboulement de ruines tranquilles et désertes illuminées par le soleil froid de janvier, c’était très calme et je trouvais cela extraordinairement agréable(..)l’air glacial me revigorait(..)je me retrouvai au bord du fleuve. Avec hésitation d’abord, puis plus confiant, je posai un pied sur la glace saupoudrée de neige, puis un autre : je marchais sur la Volga et cela me rendait heureux comme un enfant(..) Devant moi, un trou sombre s’ouvrait dans la glace assez large(..) au fond du trou, l’eau coulait rapidement, presque verte sous le soleil, fraîche, attirante ; je me penchais et y tremplai la main, elle ne semblait pas froide(..) je plongeai. L’eau était claire et accueillante, d’une tiédeur maternelle »(pp.383-4).

7. È utile, a questo proposito, riportare in spagnolo la risposta di Littell al suo intervistatore circa il fatto che non possiamo ritenerci protetti dalla Cultura. « Sòlo los ingenuos pueden creer que la cultura te ayudarà a ser mejo. La cultura no nos protege de nada. Los nazis son la prueba. Puedes sentir una admiraciòn profunda por Beethoven o Mozart y leer el Fausto de Goethe, y ser una mierda de ser humano. No hay conexiòn directa entre la cultura con C mayùscula y tus opciones politicas » (El paìs 27.10.2007).

8. Dalla Seconda Guerra mondiale in poi molti registi si sono cimentati a rappresentare gli orrori dell’Olocausto. Una tematica che continua a suscitare vivo interesse non soltanto nell’ambito storiografico quanto, soprattutto, in quelle generazioni di giovani che non hanno conosciuto direttamente le crudeltà e le brutalità delle ideologie totalizzanti del XX° secolo e che sono animati dal desiderio di approfondire il secolo dei genocidi e la violenza nazista « dans la quelle il (Enzo Traverso) voit l’aboutissement d’un processus de déshumanisation amorcé au Xxe siècle »( Le Monde des Livres 21.01.2007).
La lista dei contributi filmici sulla Schoah è di per sé lunga e comprende diversi generi : il documentario, la fiction, il racconto, la favola (cfr. La Vita è bella di R.Benigni). L’ultimo film di cui si sta completando il montaggio s’intitola Walkyrie e tratta dell’episodio poco conosciuto della Seconda Guerra mondiale che passò con il nome « Complotto del 20 Luglio 1944). Un colonnello della Wehrmacht, il Conte Claus Schenk von Stauffenberg, di ritorno dall’Africa è messo alla testa di un complotto per uccidere il Fuher. L’operazione viene chiamata anche Walkyria e mira a favorire a favorire un colpo di stato.
L’uscita del film che ha incontrato non pochi problemi burocratici e non solo, uscirà nelle sale americane il 3 ottobre 2008 e in Francia il 16 luglio 2008.

9. Leggere la polemica suscitata poco dopo la pubblicazione nel 2001 del libro di Georges Didi-Huberman dal titolo Images malgré tout, (Éditions de Minuit, Paris). Alle tesi espresse in questo saggio due studiosi Gérard Wajcman e Elisabeth Pagnoux hanno opposto le loro contenute in due lunghi articoli critici apparsi sulla rivista Les Temps Modernes, N°613.

Sinteticamente la differenza delle diverse posizioni riguarda il senso e la funzione dell’immagine che per Didi-Huberman è fondamentale nella rappresentazione dell’esperienza insensata dell’Olocausto, mentre per Wajcman e Pagnoux l’orrore della Schoah è visivamente inesprimibile, essendo l’immagine inadatta e produttrice di ambiguità.

10. Leggere a questo proposito l’interessantissimo libro di Elie Wiesel, La Nuit, apparso per la prima volta nel 1958 (Editions de Minuit, Paris) e riproposto all’attenzione del pubblico nel 2006 con un successo considerevole. Questo racconto dei ricordi di Elie Wiesel è, infatti, considerato un classico della letteratura sui campi di sterminio che tutti i giovani dovrebbero conoscere, soprattutto oggi quando una certa stampa e filosofia « negazionista » porta un duro attacco all’esistenza delle camere a gas a Birkenau, a Buckenwal, a Buna-Monowitz come a Triblinka.

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