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Educare il cuore, la nuova missione della Scuola del 21o secolo.

D 4 avril 2008     A par Raphaël FRANGIONE - C 2 messages Version imprimable de cet article Version imprimable    ................... PARTAGER . facebook


Nouvelles d’Italie

mise à jour 05/04/08

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à New-York

...si scruta dentro il cuore perché è lì che sta nascendo l’albero sacro.

W.B.YEATS, The Two Trees, 1893.

Educare il cuore, la nuova missione della Scuola del 21o secolo.

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Che il mondo della scuola sia in fibrillazione non è certo una novità, ma che le aule scolastiche, luoghi per eccellenza di educazione e di apprendimento, siano diventate teatro di una serie di episodi d’intolleranza, questo non può che seriamente preoccupare tutti quelli che hanno a cuore l’avvenire della Scuola e della società.
Anche se si segnalano maggiormente fatti di violenza verbale e trasgressioni cosiddette "molles", il fenomeno non è affatto da sottovalutare, anzi occorre studiarlo estendendo l’analisi oltre che all’aspetto socio-economico anche a quello psicologico.

È questa la linea di fondo che il sociologo Umberto Galimberti ha seguito nel suo ultimo libro dal titolo assai significativo "L’ospite inquietante" (ultima edizione è del febbraio 2008, Feltrinelli). Un’opportuna riflessione sulle distanze/incomprensioni che i nostri giovani vivono quotidianamente a scuola e in famiglia e sulla urgenza di ricercare una maggiore coesione sociale e un comune senso della nozione di autorità.

"Un libro sui giovani...", dice l’autore all’inizio della sua introduzione, ma anche sul difficile "mestiere" dell’insegnante e della famiglia, riprendendo la figura del triangolo educativo come lo presenta Jean Houssaye (1988).

Un libro-ricerca sul mondo giovanile, quello che sociologi e psicologi definiscono "giovanilismo", intendendo con questo nome tutta una serie di comportamenti e di atti a volte eccessivi ma che testimoniano un’enorme voglia di "esserci" e di contare.

Un libro che possiede il merito di non cedere a facili e scontati luoghi comuni sulla scuola e sul disagio giovanile, e che di fronte a fatti di cocente attualità sa essere senza ambiguità indicando cause e responsabilità.

Un libro che dà del disagio generazionale un’interpretazione non esistenziale ma culturale. Un deficit di cultura tipico di molti giovani che di fronte alla perdita di valori di riferimento sia in ambito spirituale/affettivo che in quello filosofico/razionale non sono più in grado di colmare il vuoto che rischia di diventare una voragine se ci si lascia dominare da un sentimento di solitudine e di tristezza diffuso, divenendo così vittime di quell’"ospite inquietante" che Nietzsche chiama nichilismo.

"La morte di Dio" e la crisi delle tecno-scienze non più in grado di assicurare progresso e salvezza, sono all’origine, per Galimberti, di questo senso d’insicurezza e di precarietà che in molti vedono la "causa prima" del disagio giovanile.

Ma è alla Scuola in quanto Istituzione cardine del vivere civile che Galimberti rivolge le sue critiche più puntuali. Non soltanto ribadisce la difficoltà della Scuola a coniugare la dimensione puramente educativa con quella a carattere istruttivo e formativo, ma individua senza esitazione nel modo errato di concepire il mestiere d’insegnante uno dei fattori scatenanti le reazioni degli allievi spinti tra istinti di rivolta e tentazioni di abbandono a devianze incontrollabili ed estreme.

Tesi assai ingenerosa verso quella classe docente responsabile e volitiva che pure esiste e che spesso è sola, disarmata e impreparata, non per sua volontà, a gestire il complesso rapporto di relazione con gli allievi e le famiglie. Giacchè non è tanto nella revisione pur necessaria dei tempi e dei modi di formazione degli insegnanti che bisognerebbe ricercare le ragioni di comportamenti insensati, quanto, a nostro parere, nel modo in cui è articolato il rapporto Scuola/ Società.

Noi crediamo che si faccia un grave torto all’intelligenza umana il voler equiparare la Scuola ad un’Azienda così come sarebbe un errore che la Scuola procedesse alla misurazione del livello di competenze e conoscenze raggiunto da ciascun allievo sulla base di parametri di efficienza spesso troppo rigidi.

Tutti sanno che i percorsi formativi richiedono tempi lunghi e che l’identità dello studente si costruisce lentamente ma progressivamente anche attraverso prove di misurazione flessibili, collettive e non concordate.

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La suite ici.

Se c’è un punto d’incontro certo esso è da ricercare nell’obiettivo di dotare il giovane di strumenti efficaci per far fronte ad una società "aperta" (Karl Popper) e "complexe" (Edgar Morin) come quella del 21° secolo dove le conoscenze cognitive e le competenze tecno-pratiche si intrecciano necessariamente.

Non più estraneità tra il mondo del lavoro e quello della scuola ma collaborazione seria e continua che avvicini la sfera pubblica a quella privata .

E oggi più che mai, giacchè la precarietà e la fragilità dei giovani non è soltanto di natura occupazionale ma anche emotiva e si riflette negativamente sul linguaggio e sugli interessi. Galimberti ama chiamare questo stato di difficoltà "inaridimento del cuore" che non genera desiderio insaziabile di conoscenze ma apatia, non eccitazione ma appagamento.

E allora è opportuno chiedersi, che fare ?
Aprire le "porte" a psicologi, sociologi e psicanalisti che passino al setaccio il nostro "io", che ascoltino ogni parola per ritrovarvi senso e prevedere la mossa successiva, che guardino negli occhi dei giovani per scorgervi euforia, entusiasmo ma anche rassegnazione e disperazione, che intensifichino i rapporti con le famiglie per ridurre quella distanza che se trascurata può diventare abissale rischiando di degenerare nel conflitto e nel non riconoscimento dei rispettivi ruoli ?

Soluzione che ha il sapore di una provocazione, ben sapendo che non ci sono ricette preconfezionate. Una provocazione che ci serve per riprendere il convincimento di Galimberti e nostro sulla necessità di "provare di capire quel deserto affettivo che sembra essere diventato il paesaggio abituale di molti dei nostri figli" (p.101). Insomma, non interrompere la comunicazione nè stare con le mani in mano ad attendere dall’esterno modelli culturali e esistenziali portatori di un nuovo ordine morale.

Forse occorrerebbe che la famiglia prima e la scuola dopo riscoprissero la loro funzione fondamentale di educazione ai sentimenti.

Prof. Raphaël Frangione



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2 Messages

  • Raphaël FRANGIONE | 10 avril 2008 - 07:59 1

    Personnellement j’ai été attiré par le texte du sociologue Galimberti U.Je le trouve intéressant et stimulant. Non pas du fait de ses qualités expressives (la puissance d’une prose construite sur le raisonnement lucide), mais tout simplement à cause de sa thèse de fond. A savoir, pas de réformes de l’école. Balottée entre les vaines disputes opposant les tenants du conservatisme aux partisans du pédagogisme, le système école continue à regresser (lire les résultats des récentes enquêtes internationales PISA 2003-2005-2007). La crise identitaire de nos jeunes à l’école comme en famille est profonde et risque de devenir irréversible.
    A mon avis ce ne sont pas les méthodes qu’il faut rechercher et encore moins il n’est pas question des enseignements. Je pense que tout rapport éducatif se nourrit d’un sentiment de confiance et d’ouverture. Or cette confiance est en panne et l’ouverture sur l’ailleurs est fortement conditionnée, si bien qu’on ne laisse pas de place à la créativité et aux formes d’autonomie et d’initiatives autres que celles inscrites dans les fondamentaux. Pas de considération à cette forme de pensée "divergeante" qui accompagne l’enfant là où difficilement on arrive, là où l’école apparaît fragile, en difficulté soit dans la phase de la compréhension que dans celle de l’accompagnement et de la gestion des individualités.
    "Le futur est ouvert", dit Popper. Mais à quoi ?
    A une pensée idéologisée mais improductive ?
    A une forme plus bénévole de bon sens persuadés que c’est là la clé de voûte qui modifie le monde et son cours ?
    Galimberti, lui, prône la connaissance du coeur, de cet "esprit de finesse" qui pourrait mettre en doute la solidité du "cogito".
    Bref, s’ouvrir à Dieu qui est à même de contraster toute tentative de rationalisation et qui nous permet de recupérer le vrai sens des choses.
    Pour finir, ce n’est pas hasardeux d’affirmer que notre école n’a pas besoin de réformes. Il faut qu’elle revienne à l’éducation des sentiments.
    Est-ce là une vision passéiste ?


  • V.K. | 5 avril 2008 - 18:32 2

    Italiens, vous avez de la chance de posséder une Ecole Italienne à New York, financée par l’Etat Italien. ...Une école publique francophone à New York ? Toujours pas, sauf erreur. Une Alliance française pour la promotion du français, oui, une école publique pour les enfants de nos compatriotes, ça n’existe pas. Sauf à payer 18000 $ pour l’année scolaire, et par enfant scolarisé. Une expatriée française en rêvait. Vous pouvez lire son témoignage et les commentaires associés ici.

    _ Quant à une Ecole française à Pékin ou à New Delhi, ne rêvez pas !
    _
    _ Nous en sommes restés, à l’époque napoléonienne, à la Villa Médicis objet de toutes les convoitises, l’actualité nous le confirme... Tournés vers notre passé, nos avantages acquis, notre nombril quand la race blanche ne représenterait plus qu’une quinzaine de pourcent de la population mondiale, quand le centre de gravité se déplace vers l’Asie et l’Inde.
    _
    _ Les Etats Unis seront sortis du jeu avant que nous ayons eu le temps de nous y installer sérieusement. Qu’y-a-t-il dans les 160 projets de réforme du Président Français en terme de réforme de l’école ? Nous en sommes encore à discourir de façon récurrente et force réunions de travail dans les inspections académiques, et les syndicats de « l’Education nationale », sur le Be-A-Ba de l’école. A savoir : « Lire, Ecrire, Compter... » auquel on peut ajouter « Penser » - La leçon oubliée des Grecs, pourrait dire Sollers, à force de ne plus savoir lire.
    _ « Lire, Ecrire, Compter et Penser... » voila le programme ! Tout le reste nous sera donné par surcroît ! (Evangile apocryphe de l’Education Nationale). Tout ça, mais rien de plus. l’E.N. n’a vocation à remplacer ni les parents, ni les policiers, ni les thérapeutes etc. Propose une nouvelle réforme au Président ( et comme tout ce qui s’écrit sur les blogs le concernant sera porté à sa connaissance, peut-être cette suggestion sortira un jour du chapeau) : La suppression du Ministère de l’Education Nationale et son remplacement par un « Superintendant de l’Education Internationale » ? Un super recteur, un « PDG », un responsable de la première entreprise de France qu’est l’E.N., comptable de ses deniers et de ses résultats. Un responsable recevant un mandat pour x années (3 à 5 ans) pour un minimum de continuité. Les ministres passent, le superintendant reste. Que de sacrilèges en ces quelques mots auquel il faut en ajouter quelques autres et non des moindres dans mon esprit, dont cet ajout de « inter » devant « nationale ». Oui le Superintendant est chargé de l’éducation française en France et à l’Etranger, il nous faut redécouvrir

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    Cimetière de Zhalan où se rouve la tombe du jésuite Matteo Ricci.
    Son apport dans les domaines scientifique et culturel est encore reconnu par la Chine.
    Crédit : jesuites.com

    l’esprit de conquête dont faisaientt preuve en leur temps, les Jésuites en Chine ou Amérique du Sud et les créateurs des comptoirs des Indes : Pondichéry, Chandernagor, Mahé... Bien sûr les motifs qui animaient tous ces conquérants correspondaient à ceux de leur époque. Transposons en épousant notre Temps et anticipant son futur :

    ...Créons les « Nouveaux Comptoirs français » en Chine et Inde. N’ayons pas peur des mots ! Ils ne vivent que lorsqu’ils prennent chair.

    ...Un comptoir ayant trois ou quatre pôles d’activité :

    Premier pôle : l’éducation française pour que les enfants des conquérants soient éduqués dans notre langue, pour que les sympathisants autochtones puissent aussi s’y former - ils ne viennent plus en France, allons offrir nos services sur place, et demain, ils seront pour beaucoup de précieux relais si notre enseignement et notre comportement s’en montrent dignes.

    Deuxième pôle : L’économie, qui reprendrait l’activité de promotion et support commercial des Ambassades, avec infrastructure d’accueil et support pour nos entrepreneurs. Bureaux de passage, Studio de téléconférence dernier cri ( il ne faut plus dire « téléconférence » mais « téléprésence » en langage marketing du constructeur américain CISCO - une langue qui connaît bien le poids des mots) où les intervenants sont projetés grandeur nature avec la qualité visuelle et sonore que permet, aujourd’hui, la technique : l’industriel français, chinois, indien ou américain capables de se réunir là sans dégagement de CO2. Si vous n’avez pas vu de démonstration, voyez et croyez hommes de peu de foi. C’est encore mieux quand on déjà rencontré de visu son interlocuteur. Le futur est déjà là ! Juste regarder au bon endroit, et là, arrêt sur image : oublier le bruit ambiant, regarder pour voir.

    Troisième pôle : La culture. Là, nous savons faire, mais il faudra sous-traiter les contrats au pole économique afin que dans notre grande ingénuité, soient sauvegardées la défense et la promotion de notre langue. C’est bien de créer un Louvre bis dans Les Emirats, ce serait bien qu’une clause en petit caractères, prévoie l’affichage des légendes, aussi en français - même en petits caractères. Idem, lorsque l’on contribue au financement de la rénovation du Musée du Caire et des collections des Missions archéologiques françaises où le français est supprimé des étiquettes que l’on finance. Le français et l’arabe seuls, c’est vrai ne correspondent plus à la réalité mondiale, mais on aurait pu conditionner notre quote-part au maintien du français, à côté de l’anglais et de l’arabe.
    _ Qui vous parle aujourd’hui de ces fariboles pourrait aussi nous dire Sollers ?

    Pôle à part et associé : La diplomatie et administration (visas etc.).
    _ Ah la diplomatie ! ... Monsieur de Talleyrand qui a servi la Révolution, Napoléon, Les Rois de Louis XVI à Louis-Philippe , et ce Monsieur de Villepin...à la Tribune de l’ONU, comme ils savaient manier notre verbe ! A quelle école avaient-ils été formés ?
    _ Quelqu’un m’a dit souffla Carla : L’Ecole aristocratique ! Aurait-elle été oubliée aussi(*) ?

    (*) Pas pour Sollers, il nous l’a redit avec ses mots à lui lors de son débat avec Hadjadj, son catholicisme, son esthétisme, ses valeurs sont d’essence aristocratique. Plus élitiste, tu meurs !